In Italia anche le mamme uccidono, ma per i media la versione dei fatti dipende dal genere

A Sambucheto di Recanati, come cronaca riporta, si è consumata l'ennesima tragedia familiare. Un fatto di sangue che svela la scarsa preparazione e la totale inadeguatezza dell'Ordinamento italiano a gestire le crisi coniugali, sopratutto nelle fasi antecedenti alla prima udienza in tribunale.

Partiamo dalla cronaca nera spicciola: il nonno materno (padre di Laura Paoletti, l'assassina poi suicida) trova il corpo della figlia e del nipote di 7 anni nel proprio appartamento, situato al secondo piano di un capannone a Sambucheto di Recanati. Si tratta, in tutta evidenza, di un caso di omicidio-suicidio: la donna ha sparato al volto al figlio poi ha diretto l'arma, un fucile regolarmente detenuto dal padre, contro di sé.

Da questo punto in poi, in tutti - dicasi tutti - i quotidiani, nonchè nei servizi televisivi, la madre viene "raccontata" con occhio benevolo: "Laura (fondamentale chiamare l'assassina per nome, ndr)aveva 32 anni, ed era laureata in economia. Era socia di un'azienda di cartotecnica, e da qualche tempo aveva problemi con il suo compagno, il padre di Giosuè. Nell'ultimo periodo era depressa per la crisi coniugale, e litigava spesso con il padre del bambino sulle sue pressanti richieste di tenere con sè il figlio. Aveva anche denunciato per stalking l'ex compagno, e soffriva quando il bambino stava col padre. Chi la conosceva ricorda il grande amore per suo figlio". 

Addirittura, nelle prime 12 ore i media titolavano "...madre e figlio di 7 anni trovati uccisi nella propria casa...", quasi a far intendere (dolosamente) che l'assassino potesse essere il padre del bambino.

Questo, pressappoco, il "mantra" che i media di ogni estrazione hanno propinato al pubblico quale versione dei fatti. "L'omicidio di un bambino da parte della madre può accadere, sono cose che capitano", sembra quasi di sentire.

Però c'è chi non ci sta a subire questo tipo di informazione, ed in questo momento più di un parlamentare sta pensando ad una interrogazione da depositare per sollecitare una risposta dal Governo sul tema della prevenzione della violenza intra-familiare, che non è affatto esclusiva degli uomini (come i media vorrebbero far credere).

Dai quotidiani, invece, queste risposte non arrivano mai. Infatti, scrivere su questi argomenti, facendo passare per amore il gesto di un'assassina, è contro le più elementari regole della comunicazione giornalistica e, certamente, distrugge sul nascere due delle principali finalità a cui la cronaca ed il racconto dovrebbero sottostare: Informazione e Prevenzione.

La versione dei fatti pubblicata dai media, influenzata dal genere femminile del carnefice, troppo spesso attribuisce all'assassinio di un bambino un'aura di "possibilità" a cui il lettore, grazie a queste cronache infedeli, si abitua. I "motivi di assoluzione" sono sempre gli stessi: "era depressa, malata, in crisi, esaurita, disturbata" etc.

Pertanto, proviamo a riportare in equilibrio i fatti, scrivendo ciò che i giornalisti c.d. professionisti (e fedeli) avrebbero dovuto scrivere:

 

"A RECANATI UN ALTRO CASO DI OMICIDIO-SUICIDIO IN FAMIGLIA: MADRE UCCIDE FIGLIO DI OTTO ANNI E SI TOGLIE LA VITA"

 

A Sambucheto di Recanati (frazione di Recanati, in provincia di Macerata) ennesimo fatto di sangue avvenuto dentro le mura domestiche. Una mamma, Laura Paoletti, ha ucciso (con un fucile regolarmente detenuto dal nonno) il proprio figlioletto di 7 anni e poi ha rivolto l'arma contro, togliendosi la vita.

Il movente di questo gesto è ancora oggetto di indagini, ma dai racconti del padre del bambino sappiamo che la madre cercava di impedire in tutti i modi, dopo la crisi coniugale che aveva portato lei a lasciare il compagno, che quest'ultimo potesse vedere il figlio. Il padre (Lorenzo Lucaroni, geometra), non appena appresa la notizia ha avuto un malore ed è stato ricoverato in ospedale. 

La donna aveva fatto di tutto per impedire gli incontri del piccolo Giosuè col padre; aveva denunciato Lucaroni per stalking perchè - a quanto si apprende - il padre avrebbe aspettato il bambino davanti alla scuola per poterlo vedere. L'uomo aveva a sua volta lamentato le difficoltà che incontrava per trascorrere del tempo con il figlio.

Il recente accordo che fissava tempi e modalità degli incontri del figlio con il papà ha acuito i propositi omicidi della Paoletti, legata al bambino in un rapporto che adesso appare ossessivo e "malato". Non vi sarebbero stati, infatti, motivi per non consentire al padre di vederlo: nel passato della donna non vi sono denunce di violenza o altri pregiudizi.

La donna temeva che Giosuè si attaccasse al padre, che in base a un recente accordo, aveva ottenuto di vederlo due volte a settimana. Stando ad alcune testimonianze, il bambino si divertiva molto con il papà, e i parenti di quest'ultimo hanno raccontato che vederli insieme «era un godimento».

Alla luce dei fatti, è sempre più chiaro come l'attuale modo di gestire le separazioni (relegate ad una semplice "questione giudiziaria", e regolate quasi esclusivamente nei tribunali con tempi biblici) è del tutto inadeguato, e soltanto la forte consapevolezza dei genitori italiani limita, autonomamente, il numero dei fatti di sangue. Parimenti, appare evidente il fallimento di un sistema basato sul falso affidamento condiviso, la cui puntuale e intenzionale disapplicazione da parte dei magistrati crea, nelle famiglie italiane, continue tensioni che non trovano alcun tipo di rimedio proprio nelle fasi più intense del conflitto, quando maggiore è la probabilità che si verifichino atteggiamenti arbitrari e forme di violenza, a cui i figli sono costretti ad assistere.

Redazione Adiantum

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